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La Pelle Attraverso gli Occhi di un Mastro Artigiano

Sapete qual'è il mestiere più antico di Firenze? Forse non si tratterà del più antico in assoluto, ma di sicuro va di pari passo con la produzione del vino, dei capolavori artistici in oro e...forse un altro ancora che in questo contesto è meglio non menzionare! Sto parlando della lavorazione artigianale della pelle: la capacità, ovvero, di prendere del pellame animale già conciato e di trasformarlo in oggetti di alta moda ed uso quotidiano.


Marco Galli, all'età di 16 anni

Il Signor Marco Galli, un uomo alto e magro senza capelli ma con scuri occhi scrutatori, fa parte di questa tradizione artigianale da più di 55 anni. Da quel breve lasso di tempo che ho avuto per parlare con lui, ho capito che si tratta di un uomo su cui si può sempre contare per un sorriso, una risata o una delle battute del tipico senso dell'umorismo fiorentino. E'è la prova vivente del fatto che quando si fa ciò che si ama, non lo si considera più solo lavoro. Per il suo ultimo compleanno, ha spento più di 70 candeline, ma mi ha confessato che ogni volta che pensa alla pensione, non riesce nemmeno ad immaginare cosa sarebbe la sua vita senza il profumo della pelle. Questo suo entusiasmo verso ciò che è stata la sua vita l'ho percepito anche quando mi ha condotto al laboratorio: il solo trovarsi lì, in mezzo a tutti quei pezzi di pelle in attesa di essere terminati, gli dava puro e semplice piacere.

Marco, ha sempre voluto lavorare nel settore della pelle?

“Dovevo diventare un dentista”, mi dice con una risata sincera! E continua “Era appena finita la guerra e tutti lottavano per avere un lavoro. Avevo ottenuto dei buoni voti a scuola e mio padre riuscì a garantirmi un posto alla Scuola per Dentisti. Avevo solo 14 anni.

Ma il destino aveva in serbo per me qualcosa di diverso quando mio fratello maggiore si ammalò. Sempre negli anni 50, trovare lavoro era difficile e non si poteva rischiare di essere sostituiti solo per un pò di febbre ed il naso chiuso. Fui “mandato a mantenere il suo posto di lavoro” - perchè a quei tempi, se qualcuno non faceva il lavoro al posto tuo, eri fuori.

Fu proprio in quell'unica e breve settimana che divenni completamente schiavo e dipendente del buon prfumo della pelle, e del commercio. Alla fine della settimana, quando tornai a casa, dissi ai miei genitori che avrei lasciato la scuola di dentisti per diventare un artigiano della pelle. Come previsto, non ne furono troppo entusiasti: avevano fatto grossi sacrifici economici per farmi entrare in quella scuola.”

“All'epoca essere un dentista era sinonimo di sicurezza lavorativa e di uno stipendio fisso e regolare, di prestigio in un mondo in cui il settore commerciale non dava sicurezze. Mia madre, infatti, rimase così delusa da questa mia decisione che non mi parlò per ben 3 mesi...adesso ci rido, ma all'epoca...”


Alcuni strumenti del mestiere

Quale fu il suo passo successivo, si trovò un maestro che gli insegnasse i trucchi del mestiere?

“Ho sempre considerato Flavio Vismano - il proprietario del laboratorio dove andai a sostituire mio fratello - il mio primo maestro. Flavio cominciò a lavorare la pelle all'età di 14 anni, ed è poi riuscito ad aprire la sua bottega. 

Ad ogni modo, i miei ricordi più vividi appartengono ai momenti vissuti con un uomo di nome Virgilio Nannini, che aprì la sua ditta nel 1945, specializzata in realizzazioni fatte a mano di oggetti in pelle. Cominciai a lavorare con lui all'età di 16 anni, fresco fresco di studi, e subito mi feci un nome all'nterno della ditta.” (Ancora una volta, la sua caratteristica risata risuona nella stanza).

“Mi assegnarono un posto alla fine della catena di montaggio, quella che richiede parecchio olio di gomito, per intendersi! Ma non avevo intenzione di andare in esaurimento così giovane, così inventai una delle prima macchine per lucidare la pelle a procedimento meccanico.

Il mio maestro ne rimase così impressionato che la settimana successiva ne aveva già altre 10 pronte.

Ma la cosa più importante che ho imparato non ha niente a che vedere con la pelle: è sulla vita. Non si finisce mai di imparare, anche alla mia età.” Marco mi guarda dritta negli occhi e continua: “Le nuove generazioni non capiscono che la qualità più importante che si può avere è quella di guardare la vita con gli occhi di uno studente ed accettare che si può imparare anche dalle persone più giovani e con meno esperienza.”

Quindi gli chiedo: dopo così tanti anni trascorsi a realizzare borse ed altri oggetti in pelle, si ritrova qui nella prestigiosa azienda italiana Pierotucci. Si considera a sua volta un maestro adesso, o meglio, qual'è la posizione ed il ruolo che ricopre in azienda? 

Marco esclama, tra una strizzatina d'occhio ed una risata “Capo!” e con queste premesse, chiunque capirebbe che nemmeno il proprietario dell'azienda si permetterebbe di correggere questa sua affermazione!

Continua: “Sembra che non riescano a stare senza di me...o forse sono io che non posso stare senza il profumo della pelle. Dovrei già essere in pensione, ma sto male all'idea che questo possa accadere a breve. ”


A più di 70 anni, Marco continua a lavorare la pelle

Quale giudicherebbe come il momento più gratificante di tutta la sua lunga carriera nel settore della pelle? 

“Alla mia età, non si parla mai di un solo momento. Ma forse il più importante è stato quando ho presentato la mia linea personale di borse a fianco di un noto stilista italiano. Ero un semplice artigiano quando mi fu richiesto da Piero, il mio capo e grande amico, di realizzare 6 - 10 disegni originali. Aveva bisogno di presentarli ad un nuovo cliente, con la speranza di allargare le prospettive di mercato. Piero si trovava in una situazione di grossa difficoltà, perchè lo stilista che aveva assunto gli disse che non sarebbe riuscito a presentare più di 6 o 7 disegni in così poco tempo, mentre il nuovo cliente voleva vederne almeno 12 o 15. Lavorai giorno e notte per una settimana intera - ci avevano dato in effetti una scadenza pressochè impossibile - e riuscii a presentare 6 disegni con i relativi prototipi. Quando il cliente venne a vedere i prodotti finiti per scegliere la nuova linea, aveva 14 nuove proposte da guardare, 7 mie e 7 dello stilista.”

Non ci lasci sulle spine! Quale fu il responso?

“Alla fine della riunione, furono scelte 7 borse, 6 delle quali erano mie e solo 1 - sì, solo 1...” (e, come la tradizione del tipico dramma alla toscana vuole, ha ripetuto l'lutimo pezzo della frase), “...  era dell'esclusivo stilista!”

Suppongo che per la maggior parte del suo tempo farà un lavoro di supervisione, assicurandosi che tutti gli altri facciano bene ciò che devono, giusto? 

“Sto invecchiando, ma la pelle continua ad essere un richiamo. Trovo sempre qualcosa da fare, oltre a controllare il lavoro degli altri. E che lo creda o no, anche un vecchietto come me ha ancora qualche spunto creativo. Appena due anni fa, il proprietario venne da me e mi disse “Marco, ho bisogno di una borsa che piaccia anche ai nostri acquirenti più giovani - cosa ti puoi inventare?” Aveva solo qualche disegno e qualche idea disorganizzata in testa, e gettò tutto sulla mia scrivania. L'idea era quella di realizzare qualcosa che fosse alla moda ed allo stesso tempo versatile, qualcosa di diverso dalle altre borse. Lavorai sulle idee frammentarie che mi erano state date, e ciò che alla fine presentai fu una borsa che ben presto è diventata uno dei maggiori successi di Pietrucci, la FORTUNATA.”

Come sa che è stato un successo?

“Io calcolo il successo dal numero di stagioni durante le quali una borsa rimane in produzione e da quante volte dobbiamo riprodurla in un anno. Questo è il terzo anno della linea FORTUNATA e dopo diverse aggiunte di colori, abbiamo cominciato a realizzare le nostre combinazioni. Questa svolta ha avuto così successo che abbiamo assegnato un designer a tempo pieno alla creazione di nuove combinazioni di colori. Questo è ciò che definisco successo per un prodotto. Successo! Lo amo! Del resto, ho sempre saputo che sarebbe stato un successo!” E mi confida quest'utlima frase con un sorriso...provocatorio!


Autore: Donna Scharnagl

Ho messo piede in Italia per la prima volta più di 25 anni fa ed ancora non ho trovato un buon motivo per andarmene. Dell'Italia amo il cibo, la cultura, la storia, l'arte, i paesaggi...ho menzionato già il cibo?! Mi definisco una studentessa a lungo termine. E così ho imparato che gli italiani hanno storie che vale la pena di ascoltare, storie che dipingono un quadro che mostra come il duro lavoro forgi il carattere, come la vita sia fatta di alti e bassi e quanto sia bello ridere.



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